.

deardick


Diario


29 febbraio 2008

Testo VI


Bosch, Curiosi fanno capoccella


*     *     *

Che irritabilità la vecchia! Quella spaventapasseri imbottita di farmaci d’ogni specie, e solo per campare qualche giorno in più… Sono per un’eugenetica drastica, voglio esser franco almeno con voi, amici lettori: una volta vecchi, tutti nei forni. Non quelli dei tempi di Baffino, troppo grossolani, e neanche quelli che usa nelle pizzerie napoletane. I miei sarebbero ben più capienti anzitutto, tali che in un’infornata almeno una trentina di esemplari fatti di carne mencia e risecchita venissero smaltiti con agilità da acrobata: la leggerezza, questo il tocco originale – il mio marchio di fabbrica – che intendo sempre apporre a ciò che faccio. Il problema maggiore, credo, sarebbe il fumo: da inquinarci i cieli per settimane. Si sceglierebbe, allora, qualche città meridionale. La vecchia, intanto, svraitava sui casi della vita: e la meteorologia ora, poi il gibbo che da qualche tempo le era spuntato sulla schiena e induceva noi tutti, zuzzurelloni della prima ora, a frequenti strusciate portafortuna; poi ancora il reuma che non le dava requie, e il governo che imperversa, come sempre, e le bollette, e la carne troppo dura di Gino il macellaro che i sue quattro denti barcollanti – novant’anni e ostinarsi a rifiutare una bella dentiera sgargiante! – non riescono a maciullare a dovere, soprattutto i malridotti molari, che non molano più. Si lamenta la vegliarda, la sua bocca marcia e le sue rughe sebacee; irritabile, dicevo, come poche. Dato che per due ore al giorno dovevo farle compagnia, dovevo appunto inventarmi qualcosa di spassoso. La gobba, i sollazzi non ne cavavo più dei soliti ritriti. E poi Gatto Mecir, suo nipote che, lì, non era mica costretto a passarci le due ore che spettavano a me per obbligo, ma lo faceva, lui, solo per ingraziarsela la vecchia baggiana, nutriva serie convinzioni circa un testamento che, sempre secondo lui medesimo, la vecchia ancora non aveva redatto, e allora quando mi chiederà di portarcela dal nodaro, vedrai Manlio mio, tutto gli faccio spillare, tutto quanto, e me li ripaga cogli interessi i servizietti di adesso, se me li ripaga. Per inciso, i servizietti che gattone mecir passava alla vecchia zia erano: grattate robuste dietro la schiena a raschiare lo strato di grasso e d’unto spesso che, come una pelle seconda o corazza protettiva, la proteggeva, la prozia – a rigore d’albero genealogico – anche dal sentore del prurito più ostinato, tanto che – ero stato io a suggerirlo all’allegra brigata – quelle richieste frequenti e alquanto fastidiose di “grattate robuste” (espressione sua, della vecia) non erano altro che finte di corpo ad usum stultorum, e nella fattispecie gli stolti eravamo noi, che le davamo retta (io, come detto, vi ero obbligato, e comunque le richieste di questo tipo era sempre Mecir che le evadeva, tranne quando si trovava al cesso per pura casualità – allora ero io il responsabile primo, indossavo un guanto d’ordinanza e gli davo sotto fino a scorticarla quella carne da macero). Tamburello colla mano in questo momento, proprio mentre sto vergando queste dolci paroline, è notte funna e tamburello mentre scrivo, o meglio: tamburello e scrivo, alternamente e chiasmicamente: mi piace dar conto al lettore dei moti della mia anima, e il tamburellare digitale rappresenta bene l’etimo di una persona, simile a qualche tic nervoso e compulsivo, tranne per il fatto che il mio non è un tic ma solo una posa intellettualoide: tamburello le tempie, infatti, come ad auscultarle, diciamo così, tramite la rifrazione sonora dentro le cavità craniche corrispondenti. Mi sono incartato perdio. Con ordine, andiamo con ordine. Del resto, che io sia un uomo d’ordine non v’è dubbio: vice-capoclasse, mi piaceva che i compagnucci dell’epoca non scalmanassero in assenza della maestra. Sul fatto dell’ordine: proprio qualche oretta fa, leggevo per puro masochismo un pezzo facile di un idiota di critico letterario che si piccava, nel suo pezzo scritto, peraltro, poco prima della meritatissima morte che gli aveva impedito la lima finale, all’idiota di tre cotte, scriveva, tale criticuzzo maldestro (che si piccava, appunto, d’essere antifilisteo, deduzione pel fatto che dava, abusando di baldanza, del filisteo a un poetastro nostrano); tale criticuzzo da strapazzo usava, lanciandolo come un candelotto esplosivo, una scialba quanto infelice espressione latina: altro che candelotto, moccolo, o piuttosto smoccolo! fottuto d’un idiota di criticuzzo letterario dei miei stivali, morto peraltro prima della lima (come se fosse cambiato qualcosa). Io, orbene, mi trovo ad aver usato, pochi righi fa, un inciso latineggiante di mia invenzione: parodia, signori, pura parodia: se non li si mette in riga noialtri questi criticuzzi malpeli è finita.
Eccolo Gattone mecir, lo vedo trionfante escir dal cesso sporco col bigolo pencolante: trionfa di spalle alla baggiana il suo affare che pencola e che spilla, in cadenza metronomica, gocciole a prima vista giallastre. Birbo d’un uomo!




permalink | inviato da deardick il 29/2/2008 alle 1:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


14 dicembre 2007

Testo V


Negro recante sul vassoio un Homunculus ovifero, Bosch


*     *     *

Gilberto, una palanca di due metri, ossuto, resistente, di quelli che danno l’idea di poter sopportare robuste bastonature senza eccessivo digrignare di denti. Non m’era mai passato per la testa di bastonare Gilberto, e non lo dico a mia discolpa, ma ho sempre saputo che l’avrei potuto fare impunemente: Gilberto non ha mai dato segno non dico di aggressività, non intendo di ferocia, certo non di ferinità; ma della più piccola capacità di reazione difensiva agli stimoli esterni. Ero capace, col puntuto dito indice che mi ritrovo, di inzigarlo in certe sue zone sensibili, subito sotto il mento, dietro l’orecchio sinistro, o la pancia sopra l’ombelico: mi sbellicavo, era da morire, perché Gilberto si contorceva senza neanche sbuffare, ma non avrebbe mai fatto scudo contro il mio indice mulinante e curioso, lo sapevo e me lo provava lui ogni volta, anzi quasi gli piaceva quel solleticante pungolo, lo intuivo da certe contrazioni facciali, o smorfie, di piacere.
Ogni volta che lo vedevo, neanche lo salutavo, era l’indice mulinante la mia stretta di mano; e lui lo sapeva, e ne cavava i suoi sollazzi.
Il fatto dei sollazzi non è campato per aria, sia chiaro: credo, infatti, di non aver conosciuto nessuno pari a Gilberto per componente epicurea: era una macchina fagocitante, nel senso che qualunque stimolo fosse in grado di attivare uno dei suoi sensi (pochi non lo erano), lui lo trasformava, risucchiandolo come un formichiere sugge le sue formicole, in una sensazione di piacere olfattivo, papillare, visivo, tattile o uditivo. Ma c’è da aggiungere qualcosa in proposito, dal momento che la lunga frequentazione col suo corpo ricettivo mi ha edotto sulle sue alchimie strane: non era solo una questione sensibile, da gourmet dei sensi: quel denso materiale che Gilberto incamerava avidamente, subita una prima metamorfosi sensuosa, veniva convogliato nelle nicchie vescicolari del cerebro, e passato infine per il buratto finissimo dell’immaginativa: ne sono sicuro, un effluvio aspro e balenante di limone poteva fornire la sua testona (era un megacefalo) di fole per immagini assai originali e significative.
Ne godeva, Gilberto, delle sue percezioni; e delle mie stoccate digitali.
I sollazzi, dacché conobbi Gilberto e presi a inzigarlo (fu quasi subito), erano reciproci: pensate che non sia piacevole sapere di dar piacere a qualcun’altro? È un dono vi dico, una capacità divina: con Gilberto, è vero, le cose non erano così complicate, bastava veramente poco, bastava solo toccarlo in pratica, e i punti speciali che io sfruculiavo erano speciali solo per me, lo avessi titillato sulla carotide o sul ginocchio per lui sarebbe stato lo stesso.
Una volta lessi di certi individui particolarmente sfortunati, ai quali anche la più tenera carezza provoca dolori lancinanti: costoro sono macchine algiche, votate alla sofferenza fin dalla nascita. Gilberto, invece, pensai di rincalzo: ecco un essere analgesico!





permalink | inviato da deardick il 14/12/2007 alle 1:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


28 novembre 2007

Testo IV


Incendio e diavoli volanti, particolare dal pannello centrale
 delle Tentazioni di San Antonio, H. Bosch

 
*      *     *

La tavola opulentemente imbandita della famiglia Gattoni, traboccante vivande dai quattro lati, era catalizzatrice di un silenzio inaudito.
Al centro c’era un trionfante cesto di pani di varie specie: panini lavorati dalla croccante lievitatura e dagli intrecci sulla crosta dorata s’alternavano a fette di pane nero punterellato di semi di girasole, mentre fettine di teneri filoncini di tipo francese contrappuntavano la presenza dei corrispettivi al latte. In vitrei vassoietti opalescenti disposti tutt’attorno sguazzavano ora nell’olio ora nell’aceto prelibate delizie di verdure, peperoni dolci dalla succosa polpa, cetriolini bernoccoluti e sodi, tumide olive verdi e secche olivelle nere insaporite con bucce di limone e di arancia, funghetti trifolati o saltati al sugo di pomodoro, carciofini e cipolline agrodolci, carote a listarelle sottili e rape a cubetti, pinzimoni di finocchi e arabeschi di cavolfiori cotti a vapore, congerie di leccornie, questa, che poteva essere deglutita con maggiore voluttà se accompagnata da succulenti salse, tenute in apposite ciotoline di fine porcellana, la cui oleosità e densità erano inferiori solo alla ghiottoneria necessaria per trangugiarne consistenti cucchiaiate anche assolute, vale a dire senza la foja della copula verdureccia. Al di là di questo nucleo concentrico, stavano adagiate le gonfie bottiglie dei vini e delle acque a fare da contrafforte agli invitanti e odorosi vassoi di formaggi (dolci e piccanti, morbidi e burrosi o stagionati e crivellati) e di salumi (da spalmare o semplicemente da ingollare). E già solo la sfilza di antipasti sarebbe bastata a saziare bocche tra le più fameliche. Ma i piatti panciuti e ancora vuoti attendevano con impazienza feroce d’esser colmati di bollenti mestolate, tanto per iniziare, per sottoporre i tortellini ripieni di carne di maiale a una drammatica ordalia del brodo di gallina: i più frettolosi a risalire a galla sarebbero stati anche i primi a essere fatti fuori.
Tanto sfoggio di ricchezza decisamente non s’addiceva alla famigerata austerità del senatore Gattoni. Giudice penale, si diede alla politica a furor di popolo dopo che, a capo di un pool di magistrati incorruttibili, il suo nome arrivò alla ribalta della cronaca giornalistica per aver incriminato e debitamente processato una cricca di loschi affaristi i quali, già impastoiati in oscuri giochi finanziari, avevano tentato di foraggiare, con soldi derivanti dal riciclaggio, un golpe destrorso. Il nome di Romolo Gattoni fu gridato ai quattro venti dai soliti utilitaristi (pronti a tener dietro a testa bassa alla banderuola del vincitore) come quello di un pater patriae, beninteso che se il golpe fosse andato in porto quei medesimi profittatori, sempre abili ad aprire brecce nei buoni sentimenti della gente dabbene, avrebbero inneggiato a squarciagola alla nuova dittatura. Gattoni in quel caso fu travolto dagli eventi: la sua candidatura fu una conseguenza necessaria del suo onesto operato, un fatto dovuto, tantopiù in un paese democratico dove la politica è fatta di buone intenzioni. Tuttavia il comodo scranno senatoriale non illanguidì la fervida devozione al dovere di Romolo Gattoni, benché tra le beghe politiche si barcamenasse con un certo impaccio.
Quando il sen. cav. dott. Gattoni aveva saputo del fidanzamento della figlia ultratrentenne, per la quale pensava senza pretese a un futuro da zitella, si rinfrancò alquanto. La moglie, signora Gina, non le pareva vero. Quello era il pranzo di fidanzamento, quel giorno i coniugi Gattoni avrebbero conosciuto colui che, probabilmente – Lucia ne parlava in termini entusiastici come di un marito ideale –, avrebbe impalmato implacabile la loro primogenita.
Ci vogliono circonvoluzioni intestinali particolarmente attorcigliate, annodate, rattorte, per decidere di diventare giudice: gli studi mnemonici da affrontare sono massacranti se rapportati alla giovane età in cui vanno compiuti, ovvero prima dei trent’anni. Il mestiere, poi, è dei più intricati: spesso si finisce nient’altro che col trattare la legge come una ovvia deduzione logica che trasferisce la teoria in applicazione concreta, e questo è vero in generale, ma non di rado la legge va interpretata, e allora son dolori: i ripensamenti continui, i dormiveglia nel timore di aver sbagliato, i mille scrupoli sono nulla al cospetto del senso di onnipotenza che tale pratica insinua nel malcapitato. Gattoni non ne fu esente: nel periodo del maxi-processo ai golpisti si sentiva un piccolo gesucristo. Il teatro della politica in questi casi è lo sfiatatoio naturale dove poter sfogare con sicuro successo gli ardimentosi furori di semidio.
Romolo ce l’aveva colla moglie: perché tutto quello spreco di cibo? Il fidanzato di Lucia Lucia stessa l’aveva descritto gran mangiatore e insaziabile commensale, ma quello era uno spreco bello e buono. La signora Gina era stata irremovibile: andava fatta bella figura, e basta colle solite economie da micragnosi, per una volta almeno! “Siamo ricchi, e da ricchi comportiamoci!” “Benestanti, Gina, solo benestanti, ricorda! I ricchi sono quelli che ho fatto arrestare in anni di servizio per lo Stato, crapuloni e dissipatori, invece noi siamo dignitosamente benestanti, e nulla di più. Non mi ti far sentir dire un’altra volta bojate come quella che siamo ricchi perdio, Gina, intesi?” Gina annuì sopraffatta da tanto fermo orgoglio borghese. Ma quel giorno Gina l’aveva avuta vinta sul fronte della tavola audacemente imbandita, e questo aveva messo di malanimo il senatore.
Che ne sapeva il padre del fidanzato della figlia? Innanzitutto tutto ciò che poteva ricavare dalla figlia stessa: quali doppi stomaci, infatti, poteva mai avere un uomo per digerire l’appassito fiore di zucca che Lucia offriva in dote? Erano anni che quella figlia studiosa – seguendo le orme paterne era diventata uditore giudiziario a soli ventisei anni, ruolo che rappresenta la prima fase per diventare giudice a tutti gli effetti – cercava invano una persona cui accompagnarsi nella vita, e finora non ne aveva cavato un ragno dal buco. Amici sì, e non molti, ma amanti no, e certo non promessi sposi. Se il tradizionale vestito bianco nel quale ancora oggi si inguainano le giovani sponse è del tutto antifrastico, per Lucia esso avrebbe conservato il proprio senso letterale.






permalink | inviato da deardick il 28/11/2007 alle 20:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 novembre 2007

Testo III


Bosch, presunto autoritratto

 
*     *     *

I miei denti sono eccezionalmente bianchi: li lavo con una notevole dose di abilità tutti i giorni tre volte, dopo la colazione, dopo il pranzo e dopo la cena.
Alcuni amici, giorni addietro, s’accorsero della cura che profondevo nell’operazione e se ne uscirono in sprezzanti beffe a perdifiato su quella che loro definirono “maniacalità”. No amici, sbagliavate!
Un quarto d’ora. Spazzolino molto piccolo, setole medie, movimenti rapidi e brevi, cura a stanare gli interstizi più fondi, pazienza coi recessi insondabili anche da una lingua di formidabile lunghezza, attenzione alle zone che si danno per scontate, a non trascurarle sbadatamente, come la faccetta interna degli incisivi superiori – figurarsi una carie sugli incisivi, col dentista che trapana e ottura, e il dente magari che crolla, il dente davanti poi! No: un quarto d’ora è anche troppo poco.
Il filo interdentale, che sia alla menta e di una certa consistenza, non quello a buon mercato, mi ci diverto a scrostare le pareti interne tra dente e dente quando vi si deposita del tartaro, mai dopo che sia diventato troppo duro e coriaceo, mai prima che non ve se ne sia ammonticchiato uno strato consistente: nel primo caso sarebbe già troppo tardi per una manualità dilettantesca, nel secondo lo spessore tartarico è necessario affinché il filo faccia presa e venga, come dire, ad arpionare efficacemente la crosta bianchiccia.
Da piccolo possedevo una pigrizia bambinesca e imbattibile per la quotidina pulizia dentaria. Le prime quattro – e ultime – carie adolescenziali, fortunatamente per l’estetica della bocca aperta occorse ai molari interni, mi fecero repentinamente cambiare idea.
Ne andavo orgoglioso, fino a qualche tempo fa, della mia dentatura. La chiostra, senza mai aver ricorso ad apparecchi ortodontici, si richiudeva a perfezione su stessa come da manuale, come un modellino di quelli che forgiano per lo studio o le dimostrazioni. Ho sempre pensato, a tal proposito, almeno dall’età puberale, che la corrispondenza esatta di dente su dente, tra arcata superiore e inferiore, celasse un che di erotico, o meglio: di autoerotico. Non è, infatti, proprio attraverso l’uso di queste corrispondenze che nella vita animale si ha la copula tra il maschio e la femmina di una specie qualsiasi? E nel singolo individuo tale corrispondenza inequivocabile non è forse situata nella bocca?
Una salda dentatura, fiera, robusta, canini al limite del vampiresco ma belli a vedersi, incisivi possenti, molari grassocci e ben piantati, ecco il mio repertorio.
Credo che il modo migliore per provare a se stessi la sanezza dei propri denti sia quello di non accorgersi di averne ben trentadue conficcati nelle gengive: per certi aspetti è quanto si è soliti pensare con una malattia che incalza: non ci si rende conto di stare bene finché non si sta male. La salute è troppo spesso scambiata per un’inerzia normale delle cose, quando invece è benedetta sanezza, robustezza, da ringraziare il cielo e gli dei ogni giorno di più! E poi pensateci: i denti sono la parte più dura del corpo: prendete un’ulna, l’osso puntuto che anima l’articolazione del gomito: un canino la sfrangerebbe un’ulna in quattro e quatt’otto. Cosa di più estraneo dunque, in un apparato come quello boccale, di più alieno alla mollezza dolce della lingua ricettiva e papillosa che, inquilina della chiostra, è come un mobile mollusco a suo agio nelle valve calcaree?

Col tempo, non potendo fare affidamento ad altre parti del corpo, nel complesso di una forma più che mediocre, andavo facendo serrati confronti tra i miei denti – i quali, dopo ogni accurata spazzolatura, studiavo attentamente allo specchio e con non meno maniacalità di quella riservata alla pulizia – e i denti degli altri, di chiunque, fra coloro che mi passavano a tiro di schioppo, mostrasse per un qualsiasi motivo, per uno sbadiglio improvviso, per una risata o un sogghigno o solo per chiacchierare, lo strumento necessario per muovere guerra al cibo.
Era diventata un’idea fissa. E non c’era confronto che mi vedesse sconfitto: reggevo di slancio a qualunque assalto. Non invidiavo le donnesche bellezze esiliformi delle quali anzi mi facevo ripetute beffe; non mi spaventava la tozza possanza di certi ceffi da galera o la turrita eleganza di certe dentature eburnee; i dentini decidui dei marmocchi o quelli aguzzi e macilenti dei vecchi neanche li contavo nel novero dei partecipanti all’agone. Sapevo il fatto mio. Non lo facevo, ma a pensarci meglio ne avrei avuto ben donde di menare vanto pubblico per quei ripetuti allori, ero praticamente imbattuto e, credevo, pressoché imbattibile!
Provai persino ad assicurarli i miei denti. Niente da fare, mi risposero picche tutte le agenzie assicurative che sondai per l’occasione: fossi stato famoso, d’accordo, si poteva anche valutarla la questione, quelli famosi si assicurano persino le tette rifatte se è il caso delle attrici che stanno sulla cresta dell’onda, la stravaganza causa fragorose notizie garantendo inoltre adeguato riscontro pubblicitario; ma io, illustre sconosciuto, non c’era possibilità. Avrei voluto sfoderare davanti a questi saccenti signori i numerosi record accumulati in anni di portentosi confronti, ma desistetti per non rischiare di essere malamente frainteso.
In fin dei conti a me bastava la consapevolezza acquisita sul campo, e davanti allo specchio, e l’immancabile elogio di coloro i quali, in un modo o nell’altro, avevano a che fare con me.
Rischiare di scheggiarli, di graffiarli, di incrinarli, di fratturarli, di perderli addirittura i miei magnifici pezzi d’artiglieria? Nossignore, non ci pensavo e non volevo pensarci, sarebbe stato come martellarsi col pensiero della morte a cominciare dai vent’anni: semplicemente da pazzi, da furiosi folli.
Ma nessuno può pienamente comprendere – nessuno almeno che non abbia avuto la sfacciata fortuna di scorrazzarci sopra colla lingua sensuosa, di tastarli con polpastrelli nervosi, di umettarli di saliva o imbrattarli di denso cioccolato caldo, di stuzzicarli dopo un lauto pasto con un bastoncello atto all’uso o di macinarci come ossesso le carni, far poltiglie o sminuzzare, recidere o serrare come un morsetto da lavoro – nessuno può comprendere appieno, dicevo, la vaporosa sensazione di beatitudine, l’esaltazione da settimo cielo, di possedere i denti che possiedo io, che sfodero io, che rilucono, con giochi di luce plasticamente caravaggeschi, sotto la tenebrosa volta palatale, protetti, colla condanna di star lì solo a far da apripista, dalle tumide labbra, che nascondono come un sipario inadeguato la strabiliante wunderkammer, e solo perché il colpo d’occhio balugini ancora più sensazionale, ancora più stordente.
Non esagero. Non sono circonvoluzioni da visionario della domenica le mie, non immagini create da una mente fervida. Fatti piuttosto. Come tali, incontestabili.
Una vita borghese, perfettamente inquadrata nei ranghi, pacifica e serena fino all’abbrutimento, riscattata però, si dà il caso, da una perfezione congenita: e dire che i miei avi più vicini, quanto a denti, son tutti messi maluccio: tra ponti e dentiere, odontoplastiche e profili sghimbesci, un medico che avesse tra le mani un’anamnesi dentaria della mia famiglia sul mio conto prevederebbe solo catastrofi.

E invece no, uccelli del malaugurio!




permalink | inviato da deardick il 20/11/2007 alle 22:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 novembre 2007

Testo II


Bosch, Cristo portacroce (part.)


*      *      *

Il viaggio era andato male.
Sulle falde della giacca gli schizzi di vomito s’erano seccati come altrettante crosticine di ferite, le guardava sgomento e cercava freneticamente di raschiarle via alla bell’e meglio con l’ausilio di un fazzolettino di carta. S’era rimpinzato, un’ora prima del volo, di una generosa porzione di crostata alla marmellata di mele cotogne. Gli zuccheri semplici, e la marmellata ne contiene a volontà, è già la bocca, attraverso l’azione peptica della saliva, che li predigerisce: lo stomaco fa il resto. E la bocca, quel giorno, aveva funzionato a meraviglia, non c’è che dire, e le papille gustative, dal canto loro, sferoidi in punta di lingua, avevano fibrillato. I poderosi boli zuccherosi erano stati inghiottiti con voracità oscena, tanto che un viaggiatore anche lui seduto, cogitabondo e spazientito, nella sala d’aspetto, se n’era fatto urtare i nervi pervicacemente sensibili a questo genere di spettacoli.
Fu la volta dell’imbarco. Il fatto è che del viaggio di lavoro ne seppe solo il giorno prima, e la compagnia di mediazioni commerciali presso cui lavorava, d’una meschineria impudica, non rimborsava il costo dei biglietti; dunque di corsa su internet per prenotare un volo a basso costo, e in extremis ne aveva trovato uno su un airbus. Su questo genere di voli funziona così, chi primo arriva meglio alloggia, i posti non vengono mai assegnati. Si entra in fila come su un autobus e nella sventagliata di uno sguardo si è costretti a decidere. Gli era toccato, senza che ci avesse pensato più di tanto, di mettersi vicino al finestrino, il che, secondo le sue preferenze, non sarebbe stato malaccio, se solo spaparanzata sul sedile di destra accanto al suo, verso il corridoio, una donna grassa e sudata non gli avesse precluso la libertà di alzarsi quando e come meglio credeva: ne avrebbe fatto a meno di andare al bagno, pensò con un ringhio, dal momento che la massa carnosa della vicina esondava dai confini imposti dal bracciolo appropriandosi di parte del suo spazio vitale e, chissà perché, non se la sarebbe sentita, se non a costo di umilianti sforzi, di far scomodare tale grosso calibro, anche nell’eventualità di una vescica piena reclamante adeguata minzione. (specilloso come pochi, aveva la mania, dopo attento sondaggio, di pianificare in dettagli la propria esistenza)
Era un’ora almeno che aveva inghiottito la crostata, forse qualcosa di più, quando passò la gentilissima hostess con il carrello delle cibarie, sempre a pagamento sui voli a risparmio. La grassona comprò per la cura dei suoi doppi stomaci tre merendine da innaffiarsi con coca cola ghiacciata, e una pizzetta che a vederla di sguincio sembrava di cartapesta, per dopo, come disse con premura alla hostess che finse intreresse per la faccenduola. Le gocce condensate sulla lattina che l’ingorda avrebbe tracannato con gorgoglii annessi, non senza provocare l’esplosione gassosa caratteristica, lo convinsero a sua volta per una lattina di birra. “Una lattina di birra, grazie!”
La hostess, dotata di una gentilezza innata, rovistando nell’adeguato contenitore, rispose che no, non ce n’era di birra, spiacente ma è finita. Però c’è un succo di frutta all’albicocca che farebbe al caso suo, aggiunse.
- Basta che sia ghiacciato
- Come no!
- Sì, allora lo prendo
- Cinque euro!
- Tenga pure il resto
- Grazie, faccia buon viaggio!
Gentilezza e cortesia, era o non era quello uno degli slogan della compagnia aerea?, allora, diamine!, tanto valeva adeguarsi, doveva aver meditato prima di sganciare con noncuranza, grandeggiando, il ponderoso biglietto da dieci.
Il succo di frutta, per quanto era caldo, c’era da crederlo schiumante. Nel frattempo la grassona sotto a sgranocchiare rumorosamente e a bere, beveva e sgranocchiava come una macina, e smollicava senza darsene pensiero. Ebbe l’impressione che qualcuno lo stesse osservando, forse da dietro, forse la stessa grassona, e allora che fare?, non si poteva rimanere con quel cartone in mano, primo perché aveva largheggiato, poi perché aveva una gran sete.
Aperto l’involucro sigillante della bibita, si sprigionò a breve gittata un afroroso effluvio di bottega di barbiere, ciò che verosimilmente lo indusse, fatto inspiegabile, invece che a gettare schifato quell’imbevibile miscela, o a reclamarne una effettivamente fredda dall’hostess di prima, a trangugiarla d’un fiato come, d’un fiato, ci si potrebbe sciroppare un medicinale nauseante. Ebbe i brividi, che lo percosserro senza però riscuoterlo. Gli venne in mente che aveva proprio fatto male a mandar giù quella robaccia, non poteva perdonarselo: prese a maledire se stesso, la hostess iena e profittatrice e la donna famelica che continuava a smollicarlo senza requie. L’obesa, era stata lei a suggerirgli indirettamente della birra, dopodiché era stato il fatalismo a dire la sua.
Il sapore dell’albicocca rancida lo disgustava. Resistette all’assalto di un primo conato di vomito: un’altra persona, al posto suo, meno formale e cerimoniosa, sarebbe corsa al bagno, anche solo per precauzione. Lui no, doveva farcela; del resto, dal punto di vista della resistenza agli stimoli materici del corpo, s’era ben allenato con certe fastidiosette peristalsi intestinali che puntualmente lo coglievano, ormai non più di sorpresa ma sempre sgradite, in ufficio o, ancor meglio, in metropolitana: i bagni dell’azienda li schifava e non avrebbe poggiato il proprio deretano neanche sopra dieci strati di carta igienica; in metropolitana, giusto farsela addosso; o resistere, e lui questo aveva imparato a fare, non senza stridor di denti, col tempo: gagliardamente resistere agli assalti. Persino a quelli dello sternuto: se ne vergognava di dare libero sfogo a quell’espirazione rapida e violenta che la mucosa facilmente irritabile comportava e che la sua fisiologia tutta particolare faceva seguire da immancabili schizzi catarrosi: a casa, nell’intimità del focolare, allora sì, a dargli giù di sternuti pieni e salutari, addirittura gli piaceva sternutire, ci provava gusto, ma non in luoghi pubblici, men che mai l’ufficio. Ne aveva visti di tipetti che gli sternuti li reprimeva, come a soffocarli sul nascere; in queste anime belle del decoro l’apparato fonatorio, durante quell’attimo crudele, sembra come ripiegarsi su stesso, accoccolarsi, ritirarsi come un essere marino che abiti le profondità buie quando – si vede spesso nei documentari – un qualche movimento brusco nelle vicinanze sente potergli causare nocumento. La conseguenza del suo rimedio era invece una smorfia che stirava, con contrazioni singolari, i lineamenti del viso: all’approssimarsi dell’esplosione salivosa – lui era in grado di presentirla, per esempio vagliando certosinamente la congerie di fattori esterni, un fascicolo polverulento o una maligna correntella d’aria erano, infatti, inneschi bastevoli – ecco il momento buono per mettere in moto certi suoi freni che agivano d’attrito dalle parti delle fosse nasali, l’operazione si svolgeva nell’arco di un due-tre secondi e aveva sempre buon esito. Mascherava la deformazione cui il volto era soggetto con robuste grattate di naso.






permalink | inviato da deardick il 11/11/2007 alle 1:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 novembre 2007

Testo I

 
Hieronymus Bosch, Inferno musicale (part.)

*     *     *


Il dentro del treno puzzava di ferro vecchio, di polvere, di rancido. Prima classe.
Le onorate ferrovie italiane.
Uno scomparto chiuso, sedili di stoffa frusta, squallide litografie seppiate, un portarifiuti scoperchiato; dirimpetto, nel senso di marcia, una signora in ghingheri.
Olezzava, il donnone, d’un aspro effluvio col quale s’era fatta il bagno; ingioiellate le scoperte superfici epidermiche quanto potevano esserlo e fornita di un sordido doppiomento, lo sguardo di lei era indagatore rasentante il sospettoso, arcigno, duro, mentre il respiro nasale – lo sfiatatoio in questione era di foggia dantesca, “importante” direbbe l’eufemista – sforzato e mezzo occluso da qualche imperfezione delle fosse rammentava una certa tenace animalità, e la mole era imponente.
Resistere mezz’ora con un compagno di viaggio del genere è sin troppo, si disse, scartò l’involto che custodiva gelosamente nella tasca destra del giacchetto, colla cura di non farsi vedere, ne trasse la rivoltella e la adoprò sulla donna; un colpo bastò. Uno più, uno meno…
Proprio allora il treno fendeva a velocità il nero d’una galleria: l’esplosione non fu percepita da alcuno.
Ghignò soddisfatto, distese la pelle della fronte e allargò lo spettro visivo delle palpebre fino ad assumere la posa placida di colui che crede con fermezza in se stesso.
Adesso poteva finalmente mollare il peto che gli infiammava l’imbocco rettale da qualche minuto. Non uno solo, una vera scarica smitragliò nell’aria. La soddisfazione cedette il passo al sollievo, la posa alla naturalezza di assassino consumato, scaltro e diffidente.
C’era un cadavere di cui sbarazzarsi e per il finestrino quel corpo ancora caldo non sarebbe mai passato! Proiettili, invece, oltre a quelli del caricatore, ce n’erano a sufficienza, per ora e per dopo. Tanto valeva aspettare, che magari fare un casino neanche serviva.
Si beffò di se stesso, ridacchiandone di gusto, pensando a quanto era educato, troppo, per non riuscire a spetazzare in compagnia di sconosciuti. Altri ci riuscivano, non lui; e gli arditi petomani li avrebbe se possibile ricompensati del medesimo baiocco sferragliato in petto al donnone, maledetti! ringhiò allora. Ma in lui anche il ringhio più feroce e a denti stretti era sempre temperato dalla beffa, come adesso.
Non era stata solo una questione di peti e di educazione: lo sguardo correva veloce assieme alla campagna multicolore del finestrino e se ne ricordò come di un sogno.
Era salito sulla carrozza trafelato d’una corsa bambinesca, di quelle alla fine delle quali si è comunque felici, come a rincorrersi tra compagni di gioco; uno scomparto vale l’altro, una classe l’altra, meglio mettersi qui in compagnia della scrofa che restare da soli, darei nell’occhio, ma sì. Il biglietto non ce l’aveva, questo è sicuro. L’odore, di ferro e del resto, insopportabile, e poi il profumo della bagascia, gli stuzzicava le froge come un’allergia; poi il controllore, impettito, si dava un tono l’ometto, biglietto prego, ma vaffanculo, non ce l’ho! Allora le debbo fare la multa: recalcitro, ci mancherebbe, non ho documenti: come non ha documenti?, non si può viaggiare senza documenti: perdio non ce l’ho, te l’ho detto nonno, non rompere i coglioni, dai: senta, s’aggiustava la voce, raschiava di brutto, mezzo incanutito, senta, faccia il piacere: eheh!, sento cosa?, quale piacere?: aspetti qui: e chi si muove? e alla signora, il biglietto, i documenti?, ce l’hai sì, eh?, grassona, cacciali fuori prima che si mette a rompere pure con te.
Se la grassona non rispose, il controllore proseguì il giro ripromettendosi alla prossima fermata di far scendere il clandestino, ma qualcosa gli diceva che era meglio di no, forse il riflesso dell’occhio destro del recalcitrante, cilestro: imbambolato tra il dovere e la ghirba, non si risolse.
La signora si mette a sbuffare, a tossicchiare, ansima come un tacchino, i tacchini gloglottano. Sente caldo, si fa vento con un giornaletto, certo è obesa, ma che tette!, prendo e ci affondo la testa, mi ci avvento. Cristo, da ridere, non sapeva che dire. Altre avrebbero strillato, lei no, non sapeva dove cazzo sbattere le corna. E io affondavo, e toccavo pure, brancicavo, e poi l’ho denudata del petto, e ho iniziato a sentirmelo duro. E ho stantuffato, eheh! No, aspetta, cercavo, di scoccare il colpo, cercavo, ma la baldracca s’è messa a dare schiaffi, menava le mani porcodio… puttana! Ecco, sì, m’ha dato una botta al cazzo dritto, e mo’ mi fa male, puttanaeva… aaah!, guarda qui, ciò la cappella tutta rossa e tumefatta… ‘rcamadò…. cazzo, non vorrei che…. (armeggia col pene) puttanaeva ‘sta bagascia (tira un calcio di stizza al cadavere). Puttana, tiè bagascia, te lo metto ar culo, tiè, te lo sfondo, a-ffan-cu-lo! (ancora calci, pure a vuoto, di rabbia, per il dolore penico e l’arrossamento tumido di glande) Bucchina! Grandissima bucchina! Cagna maledetta, all’inferno… eheh, t’ho schioppato, o no? Chissà quanto sperava di vivere ancora la vacca, pensò di rincalzo alla rabbia, come rinfrancato dal bel gesto appena compiuto. Sì, dava schiaffi, graffiava come una gattaccia selvatica, tentava… e berciava, azzo se berciava, gloglottava perdio, sembrava provarci gusto… puttana! (altro calcio)… poi, come un’illuminazione superiore: la piazza pulita.
Fare piazza pulita: di tutto, di tutto quello che non mi va a genio… perché no? Lo posso fare, lo faccio, si disse, in un balenio di desideri convulsi e tortili assieme: una rappresentazione compatta di tutti quelli che non gli andavano a genio ammonticchiati cadaveri a marcire per l’eterno… lui l’artefice.




permalink | inviato da deardick il 4/11/2007 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sfoglia     dicembre       
 
 




blog letto 8175 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE


CERCA